“Viaggio nel mondo del cinema d’autore” di Sarah Colombo

<<“Abbiamo solo poche poltrone e non posso garantire che ci sia abbastanza posto per tutti questa sera”, rispose mia madre per la decima volta al telefono del cinema, alla prima proiezione del film Regina Margot in una serata di fine ottobre. Fuori diluviava. La cassiera occhialuta, secca e vestita di nero staccava i biglietti color rosso vinaccia e controllava sulla tabella la cifra giusta, e poi si girava verso mia madre: “Signora Giovanna, ho ancora almeno una cinquantina di posti e sotto la pensilina c’è ancora gente che sta aspettando per entrare”. Io ero appena dietro alle porte basculanti a vetro e legno lucido, il calore dei termosifoni dell’atrio mi riscaldava le mani mentre strappavo i biglietti della serata, dietro alle mie spalle avevo i due grandi cartelloni della Regina Margot. Due ore di film in costume e attori famosi in un film che nemmeno il grande cinema Galleria in centro era riuscito ad avere. Orgoglio della sala Ratti che aveva le due bobine montate nelle macchine cinematografiche nella piccola cabina esterna sul tetto, il nostro capo operatore, il signor Marco era accanto a me: “Signorina Sarah, le lascio la seconda bobina nella custodia, questo temporale mi preoccupa, su fa troppo caldo e c’è tensione nell’aria, per motivi di sicurezza la lascio qui.” Il signor Marco salì le scale che portavano in galleria e poi aprì una porticina che immetteva nella sua cabina proiezione. Io sentii il freddo della sera scendere fino alla schiena. Mancavano pochi minuti all’inizio del film. Accompagnai gli ultimi spettatori. Feci spostare quelli che occupavano con giacche alcune buone poltrone, cercai di mettere alcune coppie vicine per evitare i buchi singoli e controllai che le porte di sicurezza fossero ben chiuse. La quinta era socchiusa e dava un po’ di aria alla prima fila che sarebbe stata troppo soffocante nei minuti successivi. Si spensero le luci. Trailer dei prossimi film, poi buio in sala, e iniziò la proiezione della Regina Margot. Due ore di film. Evitando la pausa ce l’avremmo fatta per la seconda proiezione. Consegnai i tagliandi dei biglietti al responsabile sala: “Mamma! Io posso entrare? Hai bisogno ancora di me? Ho portato la seconda bobina vicino alla scaletta ma piove troppo forte, ho paura di scivolare sui gradini! E ho paura dei lampi, lo sai”. Così le diedi un bacio. Entrai nella bella sala calda e mi sedetti al solito posto, l’ultima poltrona vicino alla quinta porta di sicurezza. Il posto della maschera. Fin da piccolina era il mio posto, quando eravamo noi di turno come responsabili sala. C’erano rumori fuori nel cortile. L’acqua scendeva fortissima, si incanalava e gorgogliava nei tubi a lato della locandina luminosa del film. Il film era stupendo, era pieno di vestiti e di colori, di scene piccanti e di scene di violenza, un film lungo e serio, ma in alcuni punti poco storico e manieristico. Mio padre lo avrebbe stroncato un anno dopo al Cineforum Marco Pensotti. Ricordo la sua scheda: non aveva salvato nessuno. L’unica che si salvava era Virna Lisi, mentre la Adjani era sempre statica, la parte della regina Caterina de Medici era sublime invece con quella carica molto drammatica della nostra attrice candidata all’oscar. Mi alzai appena dopo l’inizio del secondo tempo e andai nell’atrio. Mia madre chiacchierava con la nostra storica cassiera Lorena, parlavano di filosofia, io le chiesi di intercedere per me perché sapevo che la mia prof al liceo era la sua amica di università. Mi presi due pacchetti di caramelle e uscii un po’ a vedere l’acqua che scendeva nel cortile. Era illuminato dai lampi. Il temporale era sopra di noi. Scese il signor Marco a fumare una sigaretta: “Questo temporale non mi piace. È troppo forte, e basta un niente…” E io non capivo e avevo freddo. Non amavo il fumo, stavo per rientrare. “Che pericolo c’è?”, e lui alzò le spalle: “Non brucia certo la pellicola, ma le nostre macchine sono delicate e sarà meglio che ritorni in cabina di proiezione, sopra fa troppo caldo. Se lascio aperta la porta spero che sua madre non mi licenzi”. E rise. Rientrammo. Io tornai in sala. Piena, calda e umida. Seguivo il film, ma ero annoiata. Pensavo ad altro, in alcune scene mi veniva da ridere. Mancavano pochi minuti alla fine del film, e qualcuno tossiva. Poi, improvvisamente, successe il finimondo. Non lo capii subito. Pensavo fosse stato un effetto cinematografico. Un suono sordo come di una lampadina che esplode silenziosa. Lo schermo si spense e l’ultima immagine venne risucchiata nel centro della tela. Le luci di sicurezza si accesero. Le luci della sala no. La gente era stranamente calma. Io chiesi di stare tranquilli. Sembrava un black out. Mia madre entrò in sala. Elegante e con voce gentile chiese di scusarci, ma c’era stato un calo di energia. Passarono dieci minuti eterni. Avevo aperto le porte di sicurezza e qualcuno aveva approfittato per uscire a fumare. Mia madre era al telefono con un socio della cooperativa che gestiva il Cinema Ratti . “E’ l’unica cosa che devo fare? E cosa scrivo nel libro del borderò? Non posso scrivere nulla”. Abbassò il ricevitore “Lorena, per favore mi deve aiutare”, fece una pausa, non l’avevo mai vista così tesa, “Dobbiamo restituire i soldi e chiedere i biglietti indietro. Ci vorrà un’ora per sistemare le matrici. Ma sul Büro io devo far quadrare i biglietti”. Io ero lì come una statua. “Mamma! Mancano dieci minuti alla fine! Chi se ne frega!”, e mia madre severa mi rispose: “Noi siamo un cinema serio, restituiamo i soldi perché lo spettacolo è sospeso”. Due giorni dopo seppi che il fulmine aveva colpito la cabina. Fortuna il signor Marco aveva staccato le bobine. Le macchine erano salve, ma il gruppo elettrogeno della cabina di proiezione fumava troppo. Il comune di Legnano ci aiutò in questo caso pagando la metà dei soldi per metterne uno nuovo: era la loro sala dopotutto e ci volevano bene. E io? Non volli più vedere la fine del film: troppo lungo.>>

Racconto di Sarah Colombo
Foto di Aldo Signorelli

3 thoughts on ““Viaggio nel mondo del cinema d’autore” di Sarah Colombo

  1. Trovo molto bella questa idea del racconto. Che sia vero o immaginario non ha importanza. Chapeau!

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